Giornata del malato: a Nazaret per curare le ferite di una terra malata

In una terra “malata” e in una “società ferita”: è stata questa la scelta di Papa Francesco che ha voluto che si celebrasse a Nazaret, in Terra Santa, la XXIV Giornata mondiale del malato che per tradizione ricorre l’11 febbraio ma che ogni tre anni viene solennemente celebrata, alla stregua della Gmg e della Giornata mondiale delle Famiglie. Sette giorni di celebrazioni tra Ramallah, Betlemme, Gerusalemme e Nazareth - città con addosso i segni del conflitto che dura da decenni - con monsignor Zygmunt Zimowski, inviato speciale del Santo Padre e presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, che oggi, giorno della memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes, ha presieduto la messa nella basilica dell'Annunciazione

Giornata del malato 2016 a Nazareth

“Siamo grati al Pontefice per questa sua decisione. Qui siamo Chiesa del Calvario, Chiesa della sofferenza, Chiesa della Croce”. Per questo celebrare in Terra Santa la Giornata del malato assume un rilievo tutto particolare. E queste parole del patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, sono risuonate sempre durante tutte le celebrazioni che si sono aperte il 7 febbraio, a Ramallah, proprio con la messa da lui presieduta, in presenza della delegazione pontificia, guidata da monsignor Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari.

La risposta dei fedeli. Non sono bastate le temperature rigide a impedire ai fedeli e ai malati della capitale amministrativa della Cisgiordania e dei dintorni di affluire nella chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia e ricevere il sacramento degli infermi. Oltre 80 di loro hanno ricevuto l’unzione per le mani dei vescovi presenti. La cerimonia ha avuto anche un significativo prosieguo in un locale nel villaggio cristiano di Beit Jala gestito da un giovane disabile e nella visita di diverse strutture che ospitano malati, bambini e disabili, di Betlemme: il Caritas Baby Hospital delle Suore Francescane, l’Orfanotrofio “Casa della pace” delle Suore di Santa Elisabetta, l’Ospedale della Sacra Famiglia, tenuto dall’Ordine di Malta, la Mangiatoia (Crèche) delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, il Pontificio Istituto Effetà delle Suore di Santa Dorotea e l’Hogar Niño de Dios della Comunità del Verbo Incarnato. A Betlemme, l’8 febbraio, monsignor William Shomali, vicario patriarcale per la Palestina, ha celebrato messa nella chiesa di Santa Caterina. Con lui diversi vescovi, tra i quali monsignor Boutros Moshe, arcivescovo siro-cattolico di Mosul (Iraq), che ha cantato in aramaico il Vangelo della Natività.

Dal presule è giunto anche il ricordo dei tanti cristiani iracheni in fuga dallo “Stato islamico che non riconosce più alcuna dignità alla persona. I nostri fedeli hanno perso tutto ma non la fede”.

L’unzione degli infermi è stata amministrata a circa 150 persone, tra cui malati venuti dalla Spagna. Ai presenti mons. Shomali ha ricordato i frutti spirituali dell’Unzione ed esortato le persone malate a “resistere nella prova con pazienza, unendosi alla Passione di Gesù”. La giornata si è conclusa con una cena presso un ristorante gestito da disabili dell’associazione interreligiosa Beit Hagat, fondata da Etienne Lepicard, membro del Comitato etico nazionale in Israele.

Vocazione e missione. Ma è stato a Nazaret, l’11 febbraio, che le celebrazioni hanno avuto il loro centro con la celebrazione presieduta da monsignor Zimowski. Nell’omelia il presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari ha ricordato come “l’opera del medico e dell’infermiere debba essere considerata non solo una professione, ma anche e forse prima di tutto un servizio, una vocazione.

La cura per i minorati fisici e gli anziani, la cura per i malati di mente, costituiscono il metro della cultura della società e dello Stato”.

Una missione dalla quale nessuno è escluso. “Come Cristo anche noi siamo costantemente chiamati al servizio degli uomini sofferenti, anche se ciascuno in modo diverso. Dobbiamo essere veri servitori di coloro che soffrono in diversi modi, anche a causa di violenza, persecuzione, esilio, discriminazione”, ha detto Zimowski. “L’uomo soffre in diversi luoghi e chiama un altro uomo. Ha bisogno della sua presenza. A volte ci intimidisce il fatto di non poter aiutare in modo soddisfacente, ma l’importante è andare. Stare accanto all’uomo che soffre”, ha aggiunto. “Si tratta dei medici, degli infermieri, di tutti i rappresentanti degli operatori sanitari. Si tratta delle istituzioni che servono la salute umana, delle mura accoglienti delle nostre case e la solidarietà disinteressata dei volontari”. L’inviato speciale del Papa in Terra Santa, citando il messaggio per la Giornata mondiale del malato, ha concluso che

“ogni ospedale o casa di cura può essere segno visibile e luogo per promuovere la cultura dell’incontro e della pace, dove l’esperienza della malattia e della sofferenza, come pure l’aiuto professionale e fraterno, contribuiscono a superare ogni limite e ogni divisione”.

La messa di mons. Zimowski è stata preceduta la sera del 10 febbraio dalla recita del Rosario e da una processione “aux flambeaux” cui hanno partecipato molti fedeli. Il giorno prima a Gerusalemme si era tenuto un convegno pastorale dal tema: “La vita umana è sacra, preziosa e inviolabile – Problemi del fine vita e accoglienza dei disabili”. A chiudere la settimana di celebrazioni saranno, domani 12 febbraio sul Monte delle Beatitudini, il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa e sabato 13, in Haifa, l’arcivescovo Moussa El-Hage, esarca patriarcale maronita per Gerusalemme, Palestina e Giordania.

Altri articoli in Chiesa

Chiesa