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Papa Francesco apre la Porta Santa della Carità all’Ostello della Caritas e chiede ai romani di sentirsi “scartati”

Alle 16.25 il Papa ha varcato la Porta Santa della Carità nella struttura della Caritas adiacente alla stazione Termini. Messa in forma privata con i 200 ospiti dell'Ostello "Don Luigi Di Liegro" e della Mensa "Giovanni Paolo II". Altre 500 persone nel piazzale antistante. Nell'omelia, pronunciata interamente a braccio, il Papa ha auspicato che il Giubileo possa "aprire il cuore" ai romani e possa dar loro la grazia di "sentirsi scartati". "L'entrata nella Chiesa non si paga con i soldi" né con le onorificenze. "No" a lusso, potere, ricchezze, sufficienza, vanità, orgoglio. "Sì" all'umiltà, alla povertà e al Dio "nascosto" nei bisognosi, negli affamati, negli ammalati, nei carcerati.    

Dalla basilica di San Pietro alla stazione Termini, passando per San Giovanni in Laterano. Non è un itinerario da turisti “mordi e fuggi”, ma il percorso spirituale che il primo pellegrino del Giubileo della Misericordia, inaugurato a Bangui in Africa, ha compiuto in questi ultimi dieci giorni prima di arrivare, questo pomeriggio, a varcare la “Porta Santa della Carità” tra l’Ostello don “Luigi Di Liegro” e la Mensa “Giovanni Paolo II”. Per la prima volta nella storia della Chiesa, la Porta Santa di un Giubileo non è quella di una cattedrale. E’ il primo “segno” che  Papa Francesco, sotto forma di visita privata, ha voluto compiere nell’anno giubilare, per sottolineare il peso specifico delle opere di misericordia. E ha scelto la sua diocesi, parlando da vescovo di Roma innanzitutto ai cittadini della Capitale. “Vorrei che lo Spirito Santo possa aprire il cuore di tutti i romani”, il suo desiderio. “Oggi noi preghiamo per Roma, per tutti gli abitanti di Roma – per tutti, incominciando da me – perché il Signore ci dia la grazia di sentirci scartati”.

Alle 16.25, con cinque minuti di anticipo rispetto al programma, il Papa – accompagnato da monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma – ha aperto la Porta della Carità: la liturgia è iniziata nel piazzale antistante la sede di via Marsala 109, dove ad attenderlo Francesco ha trovato 500 persone. All’interno del locale della mensa lo hanno accolto altre 200 persone, in rappresentanza degli ospiti, operatori e volontari dei centri Caritas romani. I canti del coro, l’accompagnamento delle chitarre: tutti a cura dei “padroni di casa”, come le letture e le preghiere dei fedeli. L’Ostello “Don Luigi di Liegro” e la “Mensa San Giovanni Paolo II” sono due strutture di accoglienza per senza dimora: il primo ospita 195 persone ogni notte, alla mensa accedono 500 persone per il pasto serale. E’ stata citata anche Madre Teresa nelle litanie di preghiera ai santi intonate durante la processione di ingresso. Ieri il Papa, nel giorno del suo 79° compleanno, ha approvato il miracolo attribuito alla sua intercessione: Roma, così, durante questo anno giubilare, probabilmente il 4 settembre, si prepara a vivere un’altra giornata storica, con la relativa cerimonia di canonizzazione.

Un’omelia, di poco più di dieci minuti, pronunciata interamente a braccio, in forma di meditazione. Al centro un Dio che nasce “quasi di nascosto”, in un villaggio “perduto” nelle periferie dell’impero romano, “le grandi città non sapevano nulla”. “Se tu vuoi trovare Dio, devi cercarlo nell’umiltà, cercarlo nella povertà, cercarlo dove Lui è nascosto: nei bisognosi, nei più bisognosi, nei malati, negli affamati, nei carcerati”, dice il Papa introducendo già quello che in un crescendo dirà nel finale. “L’entata nella Chiesa non si paga con i soldi”, “le onorificenze non aprono la porta del cielo”.

“L’amore di Dio è grande: per questo io vorrei che lo Spirito Santo possa aprire il cuore di tutti i romani”.

Roma centro della cristianità, ma anche crocevia delle ferite di tanti ultimi della storia. “Non c’è lusso, non c’è la strada del potere”, tuona Francesco sembrando evocare lo spettro di “Mafia Capitale”: “C’è la strada dell’umiltà: i più poveri, gli ammalati, i carcerati”, ma anche “i più peccatori”, perché chi accede alla salvezza “è quello che fa la carità e che si lascia abbracciare dalla misericordia del Signore”.”Sufficienza, ricchezze, vanità, orgoglio non sono strade di salvezza”, ammonisce ancora il Papa, che dai romani  allarga lo sguardo a tutti per chiedere da questo anno giubilare la grazia dell’apertura del cuore. Poi l’invocazione centrale dell’omelia: “Il Signore ci faccia capire che la sua carezza di Padre, la sua misericordia, il suo perdono è quando noi ci avviciniamo a quelli che soffrono, a quelli scartati dalla società”. “Questa Porta, che è la Porta della carità, la porta dove sono assistiti tanti, tanti scartati – rilancia Francesco – ci faccia capire che anche sarebbe bello che ognuno di noi, ognuno di noi tutti si sentisse scartato, e sentisse il bisogno dell’aiuto di Dio”.   Ma oggi, “noi preghiamo per Roma, per tutti gli abitanti di Roma – per tutti, incominciando da me – perché il Signore ci dia la grazia di sentirci scartati”. Dobbiamo avvicinarci “agli scartati, ai poveri, a quelli che hanno bisogno, perché su quell’avvicinamento saremo giudicati”. “Che il Signore dia la grazia a tutta Roma, a tutti gli abitanti di Roma, per abbracciare la misericordia”.

Due figli di immigrati e un percorso. La Porta Santa della Carità, sotto il mosaico di padre Marko Ivan Rupnik che raffigura il “logo” del Giubileo, non immette solo in un luogo ma fa entrare “in mezzo”: tra le ferite dei più poveri, degli esclusi, degli emarginati, in quel piccolo villaggio della carità nel cuore della Capitale fondato nel 1987 da un prete che amava definirsi “figlio dell’emigrazione”. Anche Francesco è figlio di emigranti, e sa bene che la vita si guarda meglio dalle periferie: perché al centro si è coperti, mentre da lì si deve per forza uscire in mare aperto. Da oggi, la Porta della carità, per chi vorrà varcarla, diventerà inscindibilmente legata al servizio: non si passa da qui voltando la faccia indietro, si deve “toccare la carne” del fratello, come chiede il percorso predisposto dalla Caritas.

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